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Renata Fonte donna molteplice

Era stato un consiglio comunale particolarmente acceso. Al termine dei lavori, l’assessora repubblicana Renata Fonte stava per rincasare. Era notte, le strade di Nardò pressoché deserte. Due killer le si avvicinano a piedi, i colpi sparati a distanza ravvicinata, lei che cade senza vita davanti al portone di casa. Sgomento, clamore in tutta Italia. Era il 31 marzo 1984. La Puglia finiva spesso alla ribalta delle cronache nazionali, erano gli anni bui della Sacra Corona Unita. Renata Fonte aveva 33 anni.

Era una donna moderna, molteplice come si direbbe oggi, divisa tra la scuola, dove insegnava, la famiglia, le due figlie piccole, e l’impegno in politica. Ma era soprattutto una donna legata alla sua terra d’origine: non la salentinità, la pizzica, il sole il mare il vento, le retoriche molto di moda oggi, ma i destini e lo sviluppo di questa parte d’Italia, tanto da contribuire a cambiarli.

Aveva fondato il Comitato per la salvaguardia del parco naturale di Porto Selvaggio; si era parlato talmente tanto di quel posto incontaminato, che la Regione alla fine aveva emanato una legge per tutelarlo. Renata era andata a toccare interessi economici smisurati, senza neanche rendersene conto. Aveva ostacolato i progetti e le mire di chi, su Porto Selvaggio, aveva già immaginato la lottizzazione. «Credo che non avesse la piena consapevolezza di tutto quello che si poteva nascondere dietro quel pezzo di natura inviolata», dice Giuseppe Miggiano, giovane regista salentino. Nasce da una sua idea «SeRenata: storia di Renata Fonte», lo spettacolo teatrale che questa sera la compagnia «Calandra »porta in scena a Tuglie (ore 20.30, sala consiliare del Comune), e di cui Miggiano cura anche la regia. Aveva 17 anni quando Renata fu assassinata. «Ricordo che quel giorno organizzammo uno sciopero a scuola; ma per noi ragazzi c’era solo la curiosità di vivere molto da vicino una vicenda di cui parlavano anche i giornali e le televisioni nazionali», raconta Miggiano. Più tardi, crescendo, Miggiano ha sentito il bisogno di approfondire. «Ho ricostruito la vicenda attraverso fonti dirette, ho parlato con chi aveva conosciuto Renata Fonte direttamente, con i suoi concittadini». E che idea si è fatto? «Di una donna con una grandissima passione politica, e un tale attaccamento al territorio, che aveva rinunciato a seguire il marito nei suoi viaggi di lavoro all’estero. Voleva stare qui, quasi come un presidio. Nello stesso tempo, non credo che la sua morte possa essere accomunata ad altri delitti di mafia come in Sicilia o in Campania: lei era incosciente del pericolo mafioso, la lotta politica per lei era la difesa della sua terra e dei suoi ideali».

Paola Moscardino (c.d.m.)

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